AGGRESSIONI E FORZE DELL’ORDINE

Esiste un fenomeno preoccupante attualmente imprecisato in termini quantitativi, riconducibile alla professione delle forze dell’ordine: quello delle aggressioni. Il primo lodevole tentativo di quantificare e qualificare a livello nazionale gli episodi di violenza nei confronti degli operatori di polizia è da ascrivere all’ASAPS (Associazione Sostenitori Amici Polizia Stradale), che dal 2006 ha istituito il primo osservatorio denominato Sbirripikkiati. Tale esperienza è nata da un ricerca effettuata dall’amico prof. Luca Pietrantoni della facoltà di Psicologia dell’Università di Bologna, che in accordo con il sito web dell’ASAPS ha lanciato un questionario on line, con il fine di analizzare per la prima volta in Italia le caratteristiche delle aggressioni subite dagli appartenenti alle varie organizzazioni di polizia e di indagare le loro strategie di gestione del rischio di un’aggressione. Dalle risposte dei 517 operatori di polizia raccolte nel periodo tra il 28 luglio ed il 15 settembre 2005, è emerso un dato preoccupante: il 74% dei poliziotti che ha aderito al questionario on line ha subito nella propria carriera almeno un’aggressione con calci e pugni, mentre il 79% dei partecipanti ha riferito di aver subito il danneggiamento di attrezzature di lavoro (auto, arredi ed apparecchiature). Inoltre il 53% degli agenti ha corso il rischio di essere investito volontariamente da veicoli, ed il 42% è stato aggredito con armi improprie e l’11% ha dovuto fronteggiare persone con armi da fuoco (!!). Considerando il limite che questo tipo di ricerca presenta, essendo di fatto un questionario redatto on line, esposto quindi al rischio si falsi positivi, bisogna riconoscere l’importanza di un primo serio tentativo in Italia di analizzare ed affrontare il fenomeno delle aggressioni ai poliziotti.

L’Offenders’ Perceptual Shorthand

La ricerca ASAPS – Università di Bologna, trova a mio parare le sue origini in una famosa ricerca effettuata negli Stati Uniti da Anthony J. Pinizzotto (ed altri), dal titolo: Offenders’ Perceptual Shorthand. What Messages Are Law Enforcement, Officers Sending to Offenders?, pubblicata sul FBI, Law Enforcement Bulletin, del giugno 1999, e che può essere tradotta in: “La stenografia percettiva dei delinquenti. Quali messaggi inviano i delinquenti alle forze dell’ordine”. Pinizzotto ed ei suoi collaboratori partono dall’analisi psicologica di un caso di aggressione a mano armata subita da un poliziotto durante un semplice controllo al codice della strada. L’agente di polizia durante un posto di controllo aveva fermato un auto perché aveva il faro anteriore di posizione non funzionante, ed aveva operato una serie di rapide valutazioni: l’auto non procedeva a forte velocità, l’autista si era fermato in modo corretto all’alt, una volta fermata l’auto si presentava senza altri danni ed era in ottime condizioni di carrozzeria, ed inoltre sulla parte posteriore del lunotto c’era un adesivo della squadra di calcio dove giocava anche il figlio del poliziotto. Da questa serie di prime considerazioni, il poliziotto era arrivato ad una serie di considerazioni positive e non allarmanti: l’autista era un genitore di uno dei bambini della squadra di calcio, abitava in zona e non era quindi da considerarsi un sospetto. Le azioni che il poliziotto intraprese durante il controllo furono: non avvisò la centrale operativa che aveva fermato un’auto e si avvicinò all’auto in modo tranquillo abbassando così l’attenzione emotiva, psicologica e tattico operativa. L’agente fu raggiunto da colpi di arma da fuoco esplosi dal delinquente che aveva rubato l’auto e l’aveva usata per una rapina poco prima. In altre parole lo schema mentale del poliziotto lo aveva tradito, e la sua percezione della realtà non coincideva con quella del delinquente. I ricercatori del FBI, ormai da anni analizzano tutti i casi di omicidio ed i molti casi di aggressioni gravi, di appartenenti alle forze dell’ordine studiando i comportamenti e gli schemi mentali dei poliziotti e dei loro assalitori immediatamente prima dell’aggressione, intervistando sia i primi (quando sopravvivono) sia gli altri. Questi ricercatori hanno elaborato il concetto di “stenografia percettiva dei delinquenti”, in altre parole, gli aggressori, diversamente dai poliziotti, prestano maggiore attenzione al comportamento degli agenti prima di attaccarli. Dai risultati di questa prima ricerca è infatti emerso che il 62% dei 52 agenti feriti intervistati non si aspettava l’aggressione, mentre il 52% dei 42 aggressori riferiva di aver percepito che l’aggressione avrebbe colto di sorpresa il poliziotto. La ricerca ha evidenziato come spesso i poliziotti di pattuglia tendano a sottostimare il rischio arrivando spesso alla conclusione che non ci sarebbe stata nessuna minaccia o che la situazione sarebbe stata comunque sotto il loro controllo. I ricercatori FBI, durante i nove anni di analisi (dal 1989 al 1998), dei 682 casi di aggressione ai poliziotti hanno individuato la cosiddetta killing zone o zona della morte, infatti il 75% dei casi in cui i poliziotti hanno ricevuto ferite gravi o mortali, queste aggressioni sono avvenute nel raggio di circa 3 metri. I consigli conclusivi che i ricercatori FBI forniscono alla fine della loro ricerca, qui riassunta, sono molto interessanti. Innanzitutto evitare la trappola della stenografia percettiva da parte dei delinquenti, quindi cercare di non lasciarsi tradire da pensieri precostituiti quali ad esempio: è solo un controllo di routine, si tratta di una persona sola, si tratta di una donna, sicuramente ho il controllo della situazione, sicuramente la persona che ho fermato mi teme e quindi starà tranquilla e non agirà, ecc.. Il modo migliore per cercare di abbassare il rischio dell’ offenders’ perceptual shorthand, è la formazione del personale, che deve prevedere tematiche quali.

  • Tecniche di psicologia investigativa;
  • Tecniche tattico operative, sull’avvicinamento, perquisizione, ammanettamento, accompagnamento e piantonamento delle persone fermate;
  • Tecniche sull’uso delle armi;
  • Tecniche di difesa personale;
  • Tecniche di polizia stradale, relative al fermo di un veicolo dinamico o durante il posto di controllo.

E’ bene ricordare che l’aggressione di un operatore di polizia locale in servizio che produce delle lesioni personali oltre a rivestire la caratteristica di reato, è da considerarsi a tutti gli effetti un infortunio sul lavoro, questo potrebbe consentire attraverso la relazione annuale redatta dal datore di lavoro o dal Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione, di avere una quantificazione del fenomeno in modo dettagliato. Un ipotesi potrebbe essere quella di istituire presso gli uffici sicurezza delle Regioni, di veri e propri “osservatori regionali sulle aggressioni degli operatori di polizia locale”, che attraverso l’acquisizione dei dati inviati dalle singole amministrazioni comunali e la successiva elaborazione degli stessi, che dovrà prevedere una fase interpretativa della singola operazione di servizio che ha portato all’episodio di aggressione, come ad esempio: il numero degli agenti coinvolti, il genere ed il grado degli stessi, le modalità dell’episodio, l’allocazione fisica delle ferite, ed i dati inerenti l’aggressore, dovrà servire oltre alla quantificazione esatta delle aggressioni, anche all’analisi psicologica e sociologica del fenomeno, oltre a servire da stimolo alle singole amministrazioni ad apporre le successive contromisure al fine di abbassare i livelli di rischio infortunio dei lavoratori di polizia locale.

Bibliografia :

Graziano Lori - Criminologo SePP Polizia Municipale Firenze - tratto da "POLNEWS" n.1082 (Quotidiano on-line per gli organi di Polizia)